Un Bianconiglio, un Impostore e tante paranoie

Arriva per tutti il momento dell’epifania. Non quella, ovviamente, di coda alle feste natalizie in genere condita da dolcetti e da quel lieve senso di malinconia dovuto al “ritorno a scuola”. L’epifania di cui parlo io, per quanto a sua volta malinconica, di dolce ha veramente ben poco.

Io ne ho 25 di anni, forse qualcuno tra i lettori meno fortunati sa bene di cosa andrò a parlare. I più fortunati, invece, godranno del dono dell’ignoranza nei confronti di questa “malefica befana” ancora per tanto tempo.

Di cosa sto parlando? Di quando guardandovi allo specchio, un giorno, vi rendete conto di “essere diventati grandi”. I più fortunati, quelli che avranno fatto tutte le scelte giuste (giuste per loro), non sentiranno il peso della cosa ancora per qualche anno. I più sfortunati e svegli (ma non abbastanza) se ne renderanno invece conto molto presto quando si ritroveranno a tirare le somme delle “amare scelte” prese durante il percorso. Poi ci stanno i “Peter Pan”, quelli che trascendono ambo le categorie e che, per oggi, lasceremo nel loro angolino.

Crepando dal freddo alle nove di mattina davanti allo schermo del PC mi ritrovo allora qui a raccontarvi, in sintesi, cosa significa sentirsi troppo grandi per avere tempo ma troppo poco adulti per sapere cosa fare

Una sensazione che, forse, accomuna molti di noi. Una sensazione che, come detto in precedenza, bacia chi non ha avuto la lucidità di fare le scelte giuste, le scelte per sé.

E’ un anno ormai che convivo con questo bianconiglio che mi urla nelle orecchie “it’s too late, it’s too late” (caso vuole sia proprio io a cantare queste parole in un pezzo del mio progetto musicale, ma ne parleremo più avanti) senza sosta, senza soluzione di continuità. Inizialmente, subito dopo la laurea, era soltanto un sibilo delicato. Poi, complice il lockdown e il conseguente ennesimo vagone di occasioni perse (questa volta non per colpa mia) quel sibilo è diventato il fastidioso e lamentoso mantra di una coscienza che, chissà se troppo tardi, si è resa conto di essere più vicina alla fine dei giri di qualifica di quanto potesse immaginare.

Io praticamente ogni giorno

E se chiunque vorrebbe girare come una Mercedes, io ad oggi mi sento piuttosto come la Ferrari: malinconica dei fasti di un tempo fatti di velocità scavezzacollo mentre, nel 2020, fatichi ad arrivare in griglia nella top 10 e sai che il podio sarà solo un lontano miraggio (o, detto in gergo tecnico, una botta di culo). Ci tengo a precisare, prima di proseguire, che niente di quanto andrete a leggere è programmato. Potrei potenzialmente cestinare tutto nel giro di dieci secondi e quanto da me scritto non vedrebbe mai la luce. Ergo perdonatemi se, talvolta, finirò per perdermi in giri di parole. Sono solo il frutto di una mente confusa che tenta di tirare il bandolo della matassa da mesi senza alcun successo.

Dicevamo…ah, si, la Ferrari. Essere come la Ferrari nel 2020 significa rendersi perfettamente conto che i propri sogni (le vittorie) sono ormai figure lontane e difficili da raggiungere, un poco per colpa delle nostre scelte, un poco per le ingerenze altrui

Essere la Ferrari nel 2020 significa avere la coscienza e la memoria del “cavallo di razza” ritrovandosi, ora, tra i muletti da carretto. Essere la Ferrari del 2020 significa aver vissuto tutta la vita con enormi ambizioni per poi, improvvisamente, ritrovarsi dispersi in un Mare di Dirac da cui non sappiamo come uscire e da cui, di certo, non usciremo a breve. Sogni, aspirazioni, grandi corse tutte infrante contro il muro di un motore che ha smesso di funzionare a dovere. Perché? Scelte sbagliate.

Era solo l’altro ieri quando di ritorno dalle prove con i miei Astral, progetto musicale che porto avanti da ormai cinque anni con tanto amore, mi ritrovo a parlare per l’ennesima volta con Tommaso (chitarrista e tra i miei migliori amici da letteralmente una vita) esordendo con uno dei miei soliti “ah, quanto era bello qualche anno fa”. Il buon Tommaso lo sa, ogni viaggio in auto di ritorno da imprese musicali esordisco almeno una volta con una di queste frasi da almeno un anno. La differenza, questa volta, è che invece di cadere lì il discorso anche lui ha iniziato a seguirmi a ruota. “Quanto era bello quando sognavamo di più…” e, soprattutto, “ci sembrava di avere più tempo” chiosa il buon Tommaso.

Un Binotto disperato, mio perfetto spirito guida

It’s too late…it’s too late…

Lui, con quasi due anni meno di me, è in procinto di laurearsi per la magistrale in Ingegneria Informatica. Io, dall’altro capo della corda, sto per iniziare il mio ultimo anno di magistrale in filologia. Lui, con la sua laurea, probabilmente finirà per fare un lavoro tutto sommato apprezzato, continuando come me ad inseguire il sogno della musica in qualche astruso modo (se possibile). Io, della mia laurea in lettere, in ranking come ultima scelta possibile dietro ad accademia musicale, accademia teatrale, psicologia, criminologia ecc, non so ancora cosa farmene. Non so cosa farmene perché, diciamocelo chiaro, quanto possiamo essere felici della realizzazione di un piano D, consci del fatto che tutti i piani precedenti sono ormai (quasi) morti sotto un treno.

E allora ti accorgi che ti appresti a dover continuare a fare quello che non volevi fare e, probabilmente, abbandonare le cose che invece davvero ti avrebbero dato soddisfazione.  Quelle che ti facevano sentire…te stesso.

Allora hai bisogno di un piano B al piano D. Servono modi per cambiare rotta, costruire nuove strade, modi per…continuare a sognare. But…it’s too late?

Quando la realtà fa capolino dalla finestra e ti senti come uno dei personaggi del Joyciano Dubliners è veramente difficile rendersi conto di quanto tempo abbiamo ancora a disposizione, fosse solo il tempo la risorsa manchevole tra l’altro.

Un noto momento epifanico della storia del cinema (e della letteratura). Sicuramente è una scena che riesce a dare “l’idea”

Ogni giorno non riesci a fare a meno di continuare a ricordare quanto fosse bello sognare. Il primo anno di università, i primi concerti, i primi impegni e le prime creazioni musicali, relazioni più o meno tossiche che davano comunque quel pepe di mistero e miracolo ogni giorno che proseguivano, il desiderio di trovare altro, trovare di meglio. La voglia di vivere nuovi ambienti. Andare via da Viterbo, andare via da casa. Vivere il brulicare della vita di una città in cui stringere relazioni e conoscere persone con cui, poi, portare avanti i propri sogni, le proprie aspirazioni. Tornare a casa alle quattro di notte ed osservare, immobili in strada, un palo della luce sulla Via Prenestina respirando l’aria fresca e sentendosi ancora in corsa per i propri desideri. Dirsi “basta poco, un altro sforzo, possiamo farcela, posso fare tutto”.

E intanto passano gli anni e la realtà, con le sue difficoltà, continua ad uccidere i tuoi compagni di squadra finché non ti ritrovi da solo contro di essa. Lei era l’impostore, l’impostore che ha portato a tutti quegli incidenti di percorso che ti hanno impedito di fare le cose come avresti voluto. La tendinite, la depressione, le difficoltà economiche con mesi interi a 0 budget e le scelte sbagliate, quelle che non ti hanno concesso di capire su cosa investire davvero. Così da ritrovarti, nel 2020, non solo totalmente fuori strada con ciò che avresti voluto essere ma anche totalmente e inesorabilmente “sciapo” in un mondo dove sempre più facilmente i miei coetanei sembrano trovare qualcosa in cui investire, qualcosa a cui aggrapparsi per promuovere la loro persona, la loro personalità. Delle capacità, delle competenze….ed io? Io che competenze ho?

Ve la dico io la verità. Volevo fare criminologia ma sarei stato un pessimo criminologo…non mi sono mai reso conto che l’impostore, in realtà, ero io

E così mi ritrovo da solo nella pixelata navetta di Among Us, dopo aver letteralmente ucciso tutti con le mie mani, con le mie scelte sbagliate, osservando il mio riflesso che si riflette su di un piccolo oblò, limite ultimo tra me ed il nulla cosmico.

E quando ti rendi conto di essere stato l’impostore di te stesso ti accorgi  di essere diventato “grande” ma non per maturità quanto per mancanza di tempo. Eppure ci deve essere una via di fuga da questa maledetta astronave, una scialuppa di salvataggio con cui sparire, cambiare rotta, allontanarmi dai cadaveri seminati nel tempo con la speranza di poter dire al prossimo “io sono stato l’unico a salvarmi, era lui l’impostore, era l’altro…ma alla fine ce l’ho fatta”. Ci deve essere un modo per fuggire da questo sgradevole non compleanno per poi risvegliarsi sotto ad un albero, stesi su di un prato verde. Un modo per evitare di finire nelle grinfie dell’atroce regina di cuori. E il bianconiglio? Sparito, grazie. Altrimenti lo inforniamo (con buona pace dei vegani).

Ti rendi conto di essere diventato grande quando l’impostore che era in te ha scaraventato fuori tutti i sogni, levandoti la forza, le energie ed i mezzi per procrearne altri. Quando ti rendi conto che il bianconiglio sei tu e che, continuando ad urlarti che è troppo tardi, non riesci a prendere una decisione, quella giusta, quella in grado di rimetterti in carreggiata.

Non possiamo vivere senza dei sogni, non possiamo esistere senza aspirazioni

Non so voi ma io, sinceramente, senza un faro a cui puntare non sono minimamente in grado di divincolarmi in questo oscuro e tempestoso mare chiamato “vita”.

Avrei potuto, e voluto, fare scelte migliori, scelte diverse. Impegnarmi di più per prendere una forma, assumere delle competenze, poter guardare al mio prossimo e dire “hey, io so fare questo, guarda qua” e boom di capriole e verticali al prossimo provino come VJ (i più grandicelli come me sicuramente riconosceranno la citazione).

E invece il tempo mi ha gabbato, maledetto. Ed io, io soltanto, sono stato il suo umile complice. Complice nel gabbare me stesso. Sono andato a dormire un giorno sentendo dentro il vibrante calore, la fremente energia di un ragazzino. Mi sono svegliato con il pungente dolore del reflusso gastroesofageo, gli occhi appesantiti, più pancetta del dovuto ed una vita con cui, letteralmente, non saper cosa fare. E, quasi dimenticavo, pacchi di “risentimenti”.

Ed è qui che, allora, chiedo scusa a chi mi circonda per il mio essere così disfunzionale e così poco utile. Avrei voluto essere di più, potevo essere di più, potevo essere migliore. In fin dei conti, però, ero solo l’impostore. Ma cosa fare ora che il nemico è stato trovato? Ci sarà ancora qualcosa da fare? Difficile a dirsi.

E allora vi ho raccontato la mia storia, in pillole e senza entrare nello specifico, un poco per sfogarmi (forse per cercare aiuto?), un poco per far capire a chi in una condizione simile alla mia che non è il solo e che, forse, possiamo ancora riprendere il nostro treno con un’ultima corsa scavezzacollo, a costo di spezzarci una tibia all’atterraggio. Tutto sta nel trovare una nuova strada da percorrere, un nuovo sogno da inseguire. Cosa per cui, ahimè, servono buone dosi di fortuna e spericolatezza (direi un 70/30).

Se invece siete ancora in tempo per fare delle scelte anche pericolose, per cambiare treno in corsa senza troppe perdite di tempo e con qualche risorsa pur di seguire quello che sentite vostro, fatelo

Se ancora non sapete cosa “vi appartenga” e quale strada seguire e il tempo è dalla vostra parte fermatevi, chiedetevelo subito, indagate il mondo attorno a voi. Cercate di conoscerlo, di conoscervi, di capirlo e di capirvi. Se potete prendere una decisione per voi stessi, e solo per voi stessi, fatelo ed a qualunque costo. La sabbia nella clessidra scorre imperterrita e il bianconiglio è li, dietro all’albero, pronto a saltarvi addosso. Decidete, scegliete, inseguite senza esitazione. Il tempo è sempre meno di quanto crediamo e ce ne rendiamo conto solo quando, oramai, è agli sgoccioli.

Ed ora? Beh, intanto stappiamo lo spumante perché, yay, è il mio non compleanno. Le lancette girano, il vetro è incrinato. I bpm corrono veloci ed io, con i miei tendini lesi, non riesco a stare al passo sul manico del mio basso. Ma dev’esserci una scappatoia, l’ultima scappatoia, l’ultimo piano B per smettere di essere “grandi e tristi” e risvegliarsi giovani ancora una volta. Deve esserci un modo pe acciuffare quel maledetto bianconiglio e farlo tacere una volta per tutte. Un modo per rimettere indietro, leggermente, le lancette del tempo. Perché non vi è cosa più importante, nella vita, dello svegliarsi sognatori per vivere ancora un poco, giorno dopo giorno.

E se non dovessi riuscirci?

It’s too late…it’s too late…

Leggi anche –Quasi-Report divulgativo: Verso l’Infrarosso e oltre (Link)

One thought on “Svegliarsi la mattina e…essere l’impostore (o il bianconiglio)”

  1. 👏🏻 Articolo puntuale e ben scritto. Purtroppo la nostra generazione è caricata da troppi pesi che tirano la coperta da una parte e dall’altra, dimostrando che ahimè è sempre troppo corta.

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