Tanto la tragedia di Willy Monteiro quanto l’ultima aggressione avvenuta nelle vie del centro di Viterbo giorni fa hanno nuovamente posto l’attenzione dei riflettori nazionali sul tema della violenza tra i giovani. Un tema che, apparentemente sopito negli ultimi anni, torna così alla ribalta nelle ultime ore mettendo in luce tutti i limiti di una società che, non solo italiana, sembra ormai sempre più propensa all’efferatezza, all’odio e alla reazione “violenta”.

Non solo, ovviamente, la violenza fine a sé stessa è ciò che emerge dagli ultimi eventi, ma anche i denominatori massimi di alcuni fenomeni sociali che, negli ultimi anni, stanno prendendo sempre più piede.

Il razzismo, ovviamente, spicca su tutti

Sia chiaro, non è che il problema “è solo italiano”, anche perché le cronache internazionali negli ultimi mesi non sono state Più rosee. Ma trovando giusto il pensare a lavare i panni di casa propria e non quelli altrui, mi soffermerò unicamente sul caso italiano e sull’analisi del perché, al netto di oggi, il modo in cui l’intera problematica è stata affrontata è totalmente sbagliato.

Se è vero, infatti, che è un buon genitore a dare l’infarinatura generale per l’educazione del figlio, allo stesso modo le figure statali e l’intervento dei media sono e saranno da sempre un elemento importante sulla scacchiera dell’”influenza di massa”. Mi sembra scontato, di fatto, ritenere come fondamentale per la risoluzione di un problema il partire in prima sede da quei mondi che, dotati di più influenza ed essendo più in vista, hanno anche il maggior potenziale tanto sui giovani quanto sugli adulti.

Willy Monteiro

Proprio partendo da questo presupposto proverò a lanciare, brevemente, un paio di spunti di riflessione nel tentativo di inquadrare il problema e ciò che impedisce di trattarlo al meglio

E’ fuor di dubbio che, in particolar modo negli ultimi anni, dalla classe politica tra sedie volanti ed insulti rotanti e rimbombanti nelle aule parlamentari non siano giunti esattamente buoni esempi di tolleranza ed educazione alla convivenza. In un periodo storico in cui la nuova destra italiana (e sottolineo nuova, nel massimo rispetto della vecchia destra che ben poco ha a che vedere con i nuovi “personaggetti” del nostro tempo) si assesta come spirito politico di maggioranza facendo leva su di una demagogia infusa di paura e “muri”, viene spontaneo chiedersi quale possa essere l’influenza che di riflesso si abbatte sulle menti più giovani e, in parte, più plasmabili.

Se pensiamo a personaggi che auspicavano a smitragliate sui barconi di migranti o ad altri finiti a processo per “sequestro di persona”, beh, ci rendiamo conto che l’esempio dato alle nuove generazioni non è dei migliori

Inviti all’auto giustizialismo da far west, discorsi ricolmi di odio e di bisogno di dividere “l’italiano” dall’”altro”, additando a quest’ultimo il 95% delle colpe e dei problemi del paese, suonate di citofono incresciose e prese per il culo dal palco mentre il proprio elettorato corca di botte gli oppositori (Cremona ndr.) non sono di certo il massimo dell’esempio di tolleranza e non violenza.

Mi chiedo come sia possibile, in un paese dove la carta costituzionale dovrebbe teoricamente basarsi sul rispetto dei diritti dell’uomo, che elementi di questo tipo facciano ancora politica, comparendo (ogni tanto) nelle aule di parlamento con i loro dialoghi asciutti e quasi bambineschi, riportati per filo e per segno davanti alle telecamere dei salotti televisivi italiani (forse tra i peggiori al mondo, e questo lo dico). Mi chiedo come sia possibile essere arrivati a tanto in uno schioccar di dita che ha visto la politica trasformarsi da “lavoro per adulti” a “gioco per ragazzini”, dove vince chi urla di più, chi la spara più grossa, chi punta più il dito e chi si mostra più senza scrupoli. Se questa è la classe politica a cui ci affidiamo, quella che inneggia all’odio a pugni stretti e mascelle spalancate in diretta nazionale, come possiamo pensare che “i ragazzi di oggi” non si sentiranno legittimati a corcare di botte il primo che capita solo perché di colore o, magari, semplicemente oppositore.

Se, filosoficamente parlando, l’istituzione politica deve fungere da controllore, da legiferatore, da colei che punisce chi sbaglia e che premia chi fa il bene a mo’ di genitore che da l’esempio al figlio indicando il tracciato da seguire, come possiamo aspettarci che con esempi simili i “bambini” (gli italiani) crescano senza sentirsi legittimati nel compiere gli atti più efferati, quei medesimi che in modo indiretto e tra le righe trovano giustificazione proprio nel costante rovesciarsi di odio dalle alte sfere.

Intanto, in quel di Viterbo, un ragazzo finisce in ospedale dopo molteplici coltellate e qualche personaggio politico sempre rivolto dal lato della “mano buona” dà la colpa agli “shottini a un euro”

ignorando totalmente che proprio nella sua città l’elettorato se lo spartiscono per maggioranza i personaggioni sopra elencati (anche perché, e lo dico candidamente, prima di essere preso in ostaggio dal reflusso gastrico io di shottini ne tracannavo in gran quantità e le sole aggressioni che ho portato sono state quelle alle mie finanze). Come se fosse l’alcool a modificare, improvvisamente, l’impianto educazionale di un soggetto. Come se fosse per colpa dell’alcool se alcuni elementi giovanissimi crescono sotto l’effetto dell’odio, del menefreghismo nei confronti della vita altrui e del rispetto per il prossimo. Come se fosse uno shottino il limite tra l’odio violento e l’essere un “buon cittadino”. Però va detto che in Italia emerso un problema dobbiamo sempre indicare le cause sbagliate. Altrimenti non siamo italiani, giusto? Di questo, però, ne parleremo un poco più avanti.

Tornando al discorso politico, in un contesto simile dove gli esponenti più in voga della destra italiana non sono esattamente degli “orsi abbracciatutti” e la sinistra (come sempre troppo impegnata a litigare con se stessa smembrandosi in piccoli gruppetti che nemmeno gli atomi dopo il processo di fissione) è pressoché assente e ininfluente per non dire inconsistente è difficile non iniziare a preoccuparsi su quale possa essere l’effettiva influenza che, ai nostri giovani, proviene dall’ambiente istituzionale.

Dopo di che, visto e considerato che per una buona Beef Wellington il tenero filetto va prima scottato e poi infilato nel forno dopo essere stato avvolto da un generoso strato di prosciutto, funghi tritati e pasta sfoglia, a guarnire il tutto possiamo aggiungere la totale incompetenza dei media che non solo non hanno alcun interesse nel fare informazione ma, anzi, più deviano dai reali problemi e meglio è.

Ed è così che la violenza dei fratelli Bianchi non diviene un problema di “mentalità raziale” ma una questione di “MMA come sport violento”

Ed è così che invece di indicare in quanto tale un omicida a sangue freddo, capace di scaricare sul povero Willy Monteiro 24 anni di odio, frustrazione, pane e ignoranza, lo si definisce come “un ragazzo sveglio che si era reinventato fruttivendolo”. Già, peccato che tra l’etichettatura di un melone e una banana ha deciso di andare ad ammazzare di botte, assieme ad altri tre funambolici stronzi, un ragazzino che forse con tanto di stivali corazzati non sarebbe arrivato ai cinquanta chili.

E allora sfuggono e continuano a sfuggire i temi caldi, quelli sensibili ma soprattutto scomodi che sarebbero in grado di localizzare il dramma di Willy Monteiro tra le conseguenze della diffusione dell’odio, del razzismo, della divisione tra esseri umani, della mancanza di rispetto nei confronti dell’essere umano, dell’insensibilità tanto nei confronti di chi è bisognoso quanto di chi, in qualche modo, è diverso (e definire diverso qualcuno solo per cognome e colore della pelle nel 2020 ha, sinceramente, il sapore delle feci alle prime luci del mattino). Il problema, allora, per i media diviene l’MMA e bisogna allora chiudere le palestre. Perché giustamente il morbo non va curato alla sua nascita, ma ne va solo tagliato un ramo, l’ultimo, proprio quello che meno centra con il resto del contesto perché, credetemi, razzisti e assassini lo si diventa anche senza saper corcare di botte qualcuno facendo leva sulla conoscenza di arti marziali. Ma ecco, in un mondo di “bambini” certe ovvietà vanno ancora specificate.

Mi chiedo, allora, in un contesto dove le origini del problema vengono ignorate e dove tutto è concesso a tutti finché non si realizzano i drammi, quelli veri, come si sarebbe potuto impedire quanto accaduto a Willy Monteiro?

Come si potrebbe impedire di avere altri Willy Monteiro disseminati per l’Italia? E per carità, la gente viene ammazzata di botte fin dai tempi degli australopitechi, ma quando le motivazioni, in una nazione come l’Italia del 2020 diventano razziali, quando sui social appaiono persone che iniziano ad inneggiare all’eroismo degli “omicidi”, giustificandoli perché, e cito testuali parole, “tanto ha ammazzato un immigrato”, allora abbiamo un problema.

Un problema che nonostante l’incompetenza della classe politica e la scelleratezza dei media, per quanto diffuso (e non ditemi che metà degli italiani non è razzista) è ancora reversibile. E’ questo, quindi, il momento per prendere una posizione contro l’efferatezza perché quanto accaduto a Willy Monteiro è solo la manifestazione più grave di qualcosa che, nella vita di tutti i giorni, è ormai legato alla nostra nazione e sarebbe opportuno, per una volta, correre ai ripari prima che il disastro grosso, ancora più grosso di quello di Colleferro, si avveri. Magari evitando poi di dare la colpa all’MMA, ai videogiochi, ai supereroi della Marvel o agli shottini ad un euro. E dopo questo sproloquio, se potessi, me ne farei volentieri uno.

Mi sa che mi accontenterò del Gaviscon.

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